martedì 1 giugno 2010
mercoledì 31 marzo 2010
VERSO L’aRTISTA CON LA a NANA. Indagine sull’evoluzione e il significato del ruolo sociale dell’artista. Parte prima
La lunga tradizione storico-artistica ci ha abituati ad identificare l’artista con Michelangelo e i suoi simili, pittori dunque o al massimo scultori. Negli ultimi decenni, tuttavia, l’avvicendarsi rapidissimo di molteplici linguaggi nelle opere d’arte ci ha costretti a fare i conti con una figura dell’artista che è ben altra cosa. E quindi, cosa è l’artista oggi?
Assistere ad una Biennale o semplicemente varcare le soglie di un museo d’arte contemporanea ci mette di fronte a situazioni, eventi, performance e installazioni che non sono più le semplici tele ad olio o a tempera così facilmente riconoscibili. La stessa categoria dell’arte è sempre meno definibile dato che al suo interno raccoglie tutto lo scibile umano, confondendone e diradandone i contorni.
Yves Michaud a tal proposito si chiede: se un’opera come lo scolabottiglie di Duchamp fosse stata proposta da un commerciante di articoli da cantina o da un idraulico, avrebbe potuto affermarsi con la stessa efficacia? Ovvero, le opere hanno una natura artistica che prescinde dal loro autore o tutto è semplicemente una questione di marchi?
Nelle attuali condizioni, essere un artista più o meno capace non ha alcuna importanza. Tutto ciò che regola il mercato dell’arte oggi è un delicato equilibrio fra artista, agenti, promotori, pubblicitari, galleristi, curatori, critici e mercanti.
Non che in passato ciò non sia mai accaduto. Il mondo dell’arte ha da sempre rappresentato un Olimpo dorato molto selettivo in cui gli uomini di libero pensiero esigevano di essere ammessi. Il raggruppamento di quelle che sono state definite le “belle arti”, le arti considerate cioè nobili, ha subito infatti una riclassificazione continua in virtù delle numerose battaglie che gli artisti delle varie epoche hanno condotto per la loro emancipazione.
Michaud scrive:
Alla luce di un’arte come categoria dallo statuto debole e quindi dai contorni amorfi, cosa significa oggi essere un artista? Chi può fregiarsi di questo titolo? Quali elementi determinano lo status di artista e chi lo legittima?
Su questi ed altri interrogativi nasce il seguente studio, che punta a sviscerare l’evoluzione del mestiere di artista dalle origini al mondo contemporaneo, cercando non solo di ricostruirne la storia, ma di fornire gli elementi critici per smascherare le contraddizioni ed inquadrare meglio una categoria che ha il vizio (o il pregio?) di sfuggire spesso ad ogni classificazione.
Innanzitutto il termine
Facendo risalire la questione alle origini dell’arte occidentale, ovvero al mondo greco, il termine “artista” ancora non esiste.
In realtà in Grecia non è neppure contemplato un termine unico che racchiuda il nostro moderno concetto di “arte”. Si parla tutt’al più di téchne come saper fare o di poiésis come fare creativo e pertanto non esiste nemmeno una distinzione tra artigiani ed artisti. Sono entrambi sullo stesso livello relegati nelle fasce più umili della società. O meglio, una differenza di prestigio c’è, ma, al contrario di quanto si potrebbe pensare, a svantaggio dell’artista, in seno ad una filosofia antimimetica.
Allo stesso modo l’ars latina designa in maniera molto estesa un’abilità acquisita con lo studio o con la pratica. Nel primo caso, ars si contrappone a natura e ingenium. Nel caso di abilità acquisita con la pratica, si contrappone a scientia. Niente a che vedere dunque con la derivazione semantica che farà del termine la moderna “arte”.
La condizione sociale dell’artista-artigiano dura fino al Medioevo. Intorno al Trecento si diffonde in Francia per l’artista il termine ouvrier, che indica letteralmente l’operaio, colui che opera nel sistema delle “arti meccaniche”. Nello stesso secolo con artiste, parola francese derivata dall’ars latina, si designa invece uno studente o magister della facoltà delle Artes, ovvero di lettere e filosofia. Più avanti, nel XVI secolo, il termine evolverà acquisendo un’accezione alchemica, ovvero diventa proprio di chi esegue operazioni chimiche.
Quando pittori e scultori, nel Cinquecento in Italia e dalla metà del Seicento in Francia, cominciano ad esigere un riconoscimento sociale emancipandosi dalle corporazioni e costituendo le Accademie, adottano ufficialmente il termine “artista” per definirsi e distinguersi dagli operai e dagli artigiani. Il riconoscimento sociale tuttavia avrà bisogno di una lunga gestazione e soltanto nel 1762 avremo la consacrazione ufficiale con il dizionario dell’Académie Française, che per la prima volta differenzia i termini “artigiano” ed “artista”, definendo quest’ultimo come «condizione di chi esercita un’arte in cui devono concorrere il genio e la mano».
Assistere ad una Biennale o semplicemente varcare le soglie di un museo d’arte contemporanea ci mette di fronte a situazioni, eventi, performance e installazioni che non sono più le semplici tele ad olio o a tempera così facilmente riconoscibili. La stessa categoria dell’arte è sempre meno definibile dato che al suo interno raccoglie tutto lo scibile umano, confondendone e diradandone i contorni.
Yves Michaud a tal proposito si chiede: se un’opera come lo scolabottiglie di Duchamp fosse stata proposta da un commerciante di articoli da cantina o da un idraulico, avrebbe potuto affermarsi con la stessa efficacia? Ovvero, le opere hanno una natura artistica che prescinde dal loro autore o tutto è semplicemente una questione di marchi?
Nelle attuali condizioni, essere un artista più o meno capace non ha alcuna importanza. Tutto ciò che regola il mercato dell’arte oggi è un delicato equilibrio fra artista, agenti, promotori, pubblicitari, galleristi, curatori, critici e mercanti.
Non che in passato ciò non sia mai accaduto. Il mondo dell’arte ha da sempre rappresentato un Olimpo dorato molto selettivo in cui gli uomini di libero pensiero esigevano di essere ammessi. Il raggruppamento di quelle che sono state definite le “belle arti”, le arti considerate cioè nobili, ha subito infatti una riclassificazione continua in virtù delle numerose battaglie che gli artisti delle varie epoche hanno condotto per la loro emancipazione.
Michaud scrive:
Le arti […] sono entrate una dopo l’altra nel panorama del mondo dell’arte riconosciuta. Nei casi in cui questo non sia ancora verificato, si esercita forte pressione per raggiungere l’obiettivo.
Alla luce di un’arte come categoria dallo statuto debole e quindi dai contorni amorfi, cosa significa oggi essere un artista? Chi può fregiarsi di questo titolo? Quali elementi determinano lo status di artista e chi lo legittima?
Su questi ed altri interrogativi nasce il seguente studio, che punta a sviscerare l’evoluzione del mestiere di artista dalle origini al mondo contemporaneo, cercando non solo di ricostruirne la storia, ma di fornire gli elementi critici per smascherare le contraddizioni ed inquadrare meglio una categoria che ha il vizio (o il pregio?) di sfuggire spesso ad ogni classificazione.
Innanzitutto il termine
Facendo risalire la questione alle origini dell’arte occidentale, ovvero al mondo greco, il termine “artista” ancora non esiste.
In realtà in Grecia non è neppure contemplato un termine unico che racchiuda il nostro moderno concetto di “arte”. Si parla tutt’al più di téchne come saper fare o di poiésis come fare creativo e pertanto non esiste nemmeno una distinzione tra artigiani ed artisti. Sono entrambi sullo stesso livello relegati nelle fasce più umili della società. O meglio, una differenza di prestigio c’è, ma, al contrario di quanto si potrebbe pensare, a svantaggio dell’artista, in seno ad una filosofia antimimetica.
Allo stesso modo l’ars latina designa in maniera molto estesa un’abilità acquisita con lo studio o con la pratica. Nel primo caso, ars si contrappone a natura e ingenium. Nel caso di abilità acquisita con la pratica, si contrappone a scientia. Niente a che vedere dunque con la derivazione semantica che farà del termine la moderna “arte”.
La condizione sociale dell’artista-artigiano dura fino al Medioevo. Intorno al Trecento si diffonde in Francia per l’artista il termine ouvrier, che indica letteralmente l’operaio, colui che opera nel sistema delle “arti meccaniche”. Nello stesso secolo con artiste, parola francese derivata dall’ars latina, si designa invece uno studente o magister della facoltà delle Artes, ovvero di lettere e filosofia. Più avanti, nel XVI secolo, il termine evolverà acquisendo un’accezione alchemica, ovvero diventa proprio di chi esegue operazioni chimiche.
Quando pittori e scultori, nel Cinquecento in Italia e dalla metà del Seicento in Francia, cominciano ad esigere un riconoscimento sociale emancipandosi dalle corporazioni e costituendo le Accademie, adottano ufficialmente il termine “artista” per definirsi e distinguersi dagli operai e dagli artigiani. Il riconoscimento sociale tuttavia avrà bisogno di una lunga gestazione e soltanto nel 1762 avremo la consacrazione ufficiale con il dizionario dell’Académie Française, che per la prima volta differenzia i termini “artigiano” ed “artista”, definendo quest’ultimo come «condizione di chi esercita un’arte in cui devono concorrere il genio e la mano».
martedì 23 febbraio 2010
Il feedback nella comunicazione di massa
Il feedback è quell’elemento che in un processo comunicativo regola le relazioni con il destinatario ed è ciò che distingue in maniera macroscopica la funzionalità di un sistema di comunicazione di massa contro quella di una comunicazione interpersonale. Il termine, che appartiene propriamente al mondo biologico e della fisica, è stato adottato per la sua funzione in molti campi della conoscenza, dall’economia alla psicologia dalla meccanica all’etologia. Il suo significato, nell’accezione più idonea, consiste nel ritorno in un sistema di una parte dell’output. In pratica, qualsiasi sistema di regolazione, naturale o artificiale, è organizzato in modo che parte del segnale in uscita viene riportato all’ingresso per regolare il segnale in entrata e ottenere così un segnale in uscita con le caratteristiche desiderate.
Ora, in un sistema di comunicazione interpersonale il segnale di ritorno viene captato al momento e questo consente all’emittente di modificare la sua comunicazione in fieri, per ricalibrare l’efficacia del messaggio. I sistemi di comunicazione di massa tradizionali, i quali non hanno un ritorno immediato, fanno invece affidamento su un feedback di tipo deduttivo, ricavato dalla vendita di copie o di biglietti nel caso di giornali e cinema, dai dati auditel e di ascolto per televisione e radio. Questo ovviamente comporta una distorsione della percezione nella rilevazione dei gusti medi di una società, sia perché i dati arrivano in differita rispetto alla fruizione, sia perché non se ne può ricavare nessuna indicazione sulla reazione del fruitore e quindi nessun elemento utile per ricalibrare il sistema e migliorarne le caratteristiche.
Se si inneggia a grandi ascolti perciò a volte è solo un errore di calcolo, che ne produce a catena, senza capirne fino in fondo i meccanismi che ne regolano la risposta, anzi spesso contravvenendo alle preferenze stesse del pubblico. E se pure l’effettivo gradimento non rappresenta una priorità rispetto al guadagno che deriva dall’audience, i media unidirezionali andranno comunque incontro ad una crisi, non tanto culturale, nella quale siamo all’apice, quanto di inefficacia nei vari tentativi subliminali di fidelizzazione, manipolazione e persuasione dello spettatore, il quale grazie ai media partecipativi tende sempre di più a sviluppare un senso critico che gli deriva dal confronto simultaneo.
Ora, in un sistema di comunicazione interpersonale il segnale di ritorno viene captato al momento e questo consente all’emittente di modificare la sua comunicazione in fieri, per ricalibrare l’efficacia del messaggio. I sistemi di comunicazione di massa tradizionali, i quali non hanno un ritorno immediato, fanno invece affidamento su un feedback di tipo deduttivo, ricavato dalla vendita di copie o di biglietti nel caso di giornali e cinema, dai dati auditel e di ascolto per televisione e radio. Questo ovviamente comporta una distorsione della percezione nella rilevazione dei gusti medi di una società, sia perché i dati arrivano in differita rispetto alla fruizione, sia perché non se ne può ricavare nessuna indicazione sulla reazione del fruitore e quindi nessun elemento utile per ricalibrare il sistema e migliorarne le caratteristiche.
Se si inneggia a grandi ascolti perciò a volte è solo un errore di calcolo, che ne produce a catena, senza capirne fino in fondo i meccanismi che ne regolano la risposta, anzi spesso contravvenendo alle preferenze stesse del pubblico. E se pure l’effettivo gradimento non rappresenta una priorità rispetto al guadagno che deriva dall’audience, i media unidirezionali andranno comunque incontro ad una crisi, non tanto culturale, nella quale siamo all’apice, quanto di inefficacia nei vari tentativi subliminali di fidelizzazione, manipolazione e persuasione dello spettatore, il quale grazie ai media partecipativi tende sempre di più a sviluppare un senso critico che gli deriva dal confronto simultaneo.
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mercoledì 18 novembre 2009
Ha detto Heidegger
Togliete all'uomo tutto ciò che possiede, toglietegli tutto ciò con cui si intrattiene e a cui si attiene, la radio, il cinema, i giornali, il teatro, i concerti, i viaggi e morirebbe di vuoto, perchè le cose semplici non sono più in grado di dirgli nulla. Ma il pensiero meditante e il vuoto diventa occasione di ricordarsi dell'essere.
HEIDEGGER - corso su Eraclito 1943
HEIDEGGER - corso su Eraclito 1943
martedì 27 ottobre 2009
CONTRA LATERZA DIXIT!
domenica 11 ottobre 2009
CONTRO ME STESSA!
Venire a Roma. Non sapevo quanto mi sarebbe costato. Non avevo fatto i conti con la vita di città, o meglio, con la vita di una capitale.
Tornavo a casa ieri sera, in un autobus pieno di gente; nessuno di loro aveva un sorriso, chissà dove andavano, chissà a che pensavano...
I primi giorni qui mi sentivo a disagio in mezzo a loro, non volevo accettare tutta questa gente, questa massa insulsa di individui che vagano in un mondo confezionato per loro, senza una vera aspirazione, senza un grande progetto.
Poi una volta ho smesso di pensare a loro. Sono salita nelle metro e negli autobus e tutti sono diventati invisibili, oggetto di uno sguardo che non vede realmente, mi sono concentrata su me e mi sono sentita bene!
Viaggiavo tranquilla ieri sera con questa sensazione, con il sorriso, eppure ad un certo punto mi sono fatta schifo: sono diventata una di loro. Una che ha imparato ad accettare lo sguardo distratto di uno sconosciuto, il paziente aspettare l'arrivo di un 409 e lo schiacciarsi a sardina contro un vetro, il cogliere un commento distratto, un accento diverso, un odore penetrante e poi tornare a pensare alla strada di casa...
D’improvviso stavo bene, mi muovevo in armonia con questa massa brulicante di estranei ed è per questo che mi sono fatta schifo: anche io sono passata per l'accettazione dello stato delle cose.
Chissà se tutti loro come me all’inizio hanno combattuto con sé stessi per non farsi risucchiare dalla sensazione di essere un puntino insignificante e poi hanno trovato la chiave per riuscire a sopravvivere anestetizzandosi nella dimensione personale per cui tutto il resto resta velato e non visto e che pure ancora esiste.
Chissà quanti di loro odiano ancora muoversi tutti nella stessa direzione peggio che a Metropolis…
Scrivo questo post contro me stessa per ricordarmi di non desiderare più di sentirmi a mio agio in mezzo agli altri non trovando altra via che quella di annullarmi per diventare una dell’insieme.
Scrivo questo post contro me stessa per ricordarmi che grazie a dio ancora me ne rendo conto…
Tornavo a casa ieri sera, in un autobus pieno di gente; nessuno di loro aveva un sorriso, chissà dove andavano, chissà a che pensavano...
I primi giorni qui mi sentivo a disagio in mezzo a loro, non volevo accettare tutta questa gente, questa massa insulsa di individui che vagano in un mondo confezionato per loro, senza una vera aspirazione, senza un grande progetto.
Poi una volta ho smesso di pensare a loro. Sono salita nelle metro e negli autobus e tutti sono diventati invisibili, oggetto di uno sguardo che non vede realmente, mi sono concentrata su me e mi sono sentita bene!
Viaggiavo tranquilla ieri sera con questa sensazione, con il sorriso, eppure ad un certo punto mi sono fatta schifo: sono diventata una di loro. Una che ha imparato ad accettare lo sguardo distratto di uno sconosciuto, il paziente aspettare l'arrivo di un 409 e lo schiacciarsi a sardina contro un vetro, il cogliere un commento distratto, un accento diverso, un odore penetrante e poi tornare a pensare alla strada di casa...
D’improvviso stavo bene, mi muovevo in armonia con questa massa brulicante di estranei ed è per questo che mi sono fatta schifo: anche io sono passata per l'accettazione dello stato delle cose.
Chissà se tutti loro come me all’inizio hanno combattuto con sé stessi per non farsi risucchiare dalla sensazione di essere un puntino insignificante e poi hanno trovato la chiave per riuscire a sopravvivere anestetizzandosi nella dimensione personale per cui tutto il resto resta velato e non visto e che pure ancora esiste.
Chissà quanti di loro odiano ancora muoversi tutti nella stessa direzione peggio che a Metropolis…
Scrivo questo post contro me stessa per ricordarmi di non desiderare più di sentirmi a mio agio in mezzo agli altri non trovando altra via che quella di annullarmi per diventare una dell’insieme.
Scrivo questo post contro me stessa per ricordarmi che grazie a dio ancora me ne rendo conto…
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martedì 1 settembre 2009
SIVOGA! Ecco la nuova moda.

E' nato il marchio SIVOGA!, frutto della collaborazione tra NetFuturismo e ForzaGiovane.
Il 3 settembre SIVOGA sarà a Roma con l’evento PRONTO? SIVOGA!, che si terrà al Parco Rosati (Roma Eur, in prossimità di via Cristoforo Colombo) dalle 21.30 alle 24.00.
La serata prevede: TechnoRumorismo, VideoFuturismo, Performance Ricreat(T)ive. E soprattutto la DinamoSfilata, realizzata con il contributo del pubblico stesso, che indosserà i capi SIVOGA!
Al termine della serata chi avrà sfilato con maggiore originalità e vivacità vincerà il premio IoVogo!, consistente in un capo o accessorio della linea SIVOGA.
Inoltre sarà offerta a tutti gli ospiti la possibilità di creare un modello per la T-Shirt del Futuro, consegnando alla reception il tagliando contenuto nella brochure con il disegno della T-Shirt immaginata. Verranno selezionate 3 T-Shirt vincitrici, che saranno realizzate in tempo reale entro la fine dell’evento grazie ai macchinari messi a disposizione da Forza Giovane, e quindi regalate in premio ai creatori del modello.Attesissime la prima esibizione assoluta del trio elettrico Le Borg e le improvvisazioni dei provocattori della compagnia Atuttotondo. Da oggi moda e avanguardia possono coesistere.
SIVOGA!
Il 3 settembre SIVOGA sarà a Roma con l’evento PRONTO? SIVOGA!, che si terrà al Parco Rosati (Roma Eur, in prossimità di via Cristoforo Colombo) dalle 21.30 alle 24.00.
La serata prevede: TechnoRumorismo, VideoFuturismo, Performance Ricreat(T)ive. E soprattutto la DinamoSfilata, realizzata con il contributo del pubblico stesso, che indosserà i capi SIVOGA!
Al termine della serata chi avrà sfilato con maggiore originalità e vivacità vincerà il premio IoVogo!, consistente in un capo o accessorio della linea SIVOGA.
Inoltre sarà offerta a tutti gli ospiti la possibilità di creare un modello per la T-Shirt del Futuro, consegnando alla reception il tagliando contenuto nella brochure con il disegno della T-Shirt immaginata. Verranno selezionate 3 T-Shirt vincitrici, che saranno realizzate in tempo reale entro la fine dell’evento grazie ai macchinari messi a disposizione da Forza Giovane, e quindi regalate in premio ai creatori del modello.Attesissime la prima esibizione assoluta del trio elettrico Le Borg e le improvvisazioni dei provocattori della compagnia Atuttotondo. Da oggi moda e avanguardia possono coesistere.
SIVOGA!
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