lunedì 25 luglio 2011

MAV GENOVA 2011: resoconto degli interventi

Sabato 16 luglio a Genova, presso l’AC Hotel in zona Quarto, si è tenuto il meeting del MAV (Movimento per l’Arte Vaporizzata). Il MAV è un movimento artistico aperto, nato dalla fusione di diversi gruppi e movimenti contemporanei e del recente passato: da ciò che resta del vecchio Gruppo IDRA (anni Settanta) al recentissimo Movimento per l’Arte Cervicale, al Net.Futurismo, al gruppo ALTA (Associazione-Laboratorio per la TransArchitettura). Molti gli interventi in presenza, molti altri in telepresenza grazie alla connessione wifi presente in sala. Ecco una sintesi delle idee lanciate dai principali artisti e studiosi.

Visual Mark, elettrorumorista e ricercatore nel campo della poesia elettronica, membro del Movimento per l’Arte Cervicale, ha voluto “evidenziare l'analogia tra sensibilità aumentata - enormizzata dal clima di retealtà, sublimata in ogni direzione attraverso i cablaggi interattivi del web - e lo stadio finale dell'arte auspicato dal MAV: creatività diffusa, carica di contenuti innovativi, vaporizzata e dispersa in ogni direzione, respirabile da chiunque”.

Per il sociologo Joseph Deskolath la sfida del MAV è tutta interna al postmoderno. L’obiettivo dovrà essere quello di dare profondità alla liquidità contemporanea, per contrastare la tendenza diffusa alla futilità e alla vacuità. “Vaporizzare, lasciar evaporare quindi può essere un gesto di grande impegno e responsabilità. Paradossalmente, si tratterà di rendersi invisibili per darsi reale sostanza. Mettersi ai margini della società dello spettacolo per penetrare nell’autenticità del vissuto quotidiano”

Stefano Balice, oltre-artista totale netfuturista, è convinto che Arte e Lavoro siano due tabù da superare. “E’ giunto il momento di liberarci di tutte le ridicole convinzioni, di tutte le antiquate istituzioni che costituiscono una zavorra per la nostra spontanea evoluzione. La coercizione ha ingabbiato per troppo tempo i nostri slanci creativi che come gas letali e purificatori rivendicavano il loro diritto ad essere sprigionati nell’atmosfera stantia. Quella stessa coercizione che si manifesta nella paranoia da sopravvivenza, che ci porta ad essere fanatici lavoratori, nel nostro ordine scolastico/militare che ci vuole appiattiti e ammaestrati, nel nostro paludoso sistema sociale nel quale l’idea ristagna. E il mondo dell’arte non è da meno: volgare riflesso di questa realtà, ristagna anch’esso in una fetente accozzaglia di monumenti all’inutilità decorativa. Per questo motivo, oggi, dichiariamo: l’oltre-artista mavvista fluttua dove l’artista pietoso inciampa!”

Per Antonio Saccoccio, oltre-artista tra i fondatori del Net.Futurismo e tra i primi ad intuire le potenzialità del MAV, “vaporizzare l’arte è oggi un’operazione imprescindibile. È il gesto estremo che, proseguendo la linea Futurismo-Dada-Situazionismo, porterà il colpo finale a quell’Arte con la A maiuscola che già Marinetti disprezzava e ridicolizzava un secolo fa. Uscire dai musei, dalle gallerie, dai circuiti mercantili del sistema dell’arte che mortificano non l’arte, ma l’umanità tutta. All’interno di queste coordinate il MAV non dovrà porre limiti formali né strumentali alle varie strade che la vaporizzazione potrà prendere. Senza mai dimenticarsi del fine ultimo della vaporizzazione: la liberazione dell’uomo dalla religione del lavoro. Per quanto riguarda l’organizzazione generale, bisognerà aprire con entusiasmo il movimento a tutti coloro che in modo radicale e disinteressato credono in questo semplice ma ambiziosissimo progetto. Ma bisognerà chiudere la porta in modo fermo a tutti coloro che vedono nell’arte un modo per affermare presunte doti da superuomini o da profeti: per questi cialtroni ci sarà ancora per qualche anno la possibilità di andare ad esporre la propria vanità di mediocri in qualche trasmissione televisiva o in qualche galleria in centro città (Roma, Milano, Torino, Firenze sono piene di ritrovi per simili mummie)”.

Per Laika Facsimile, transgender ventitreenne entrata nel Movimento Arte Cervicale, che ha sfidato il mondo del pop proclamandosi l’unica vera popstar del terzo millennio e ideando l’idea di “ecologia musicale”, “ogni individuo costruisce la propria vita adagiandosi sui propri limiti. E questo non possiamo più accettarlo. Ognuno dei membri del MAV conosce bene il piacere che si prova nella vaporizzazione di una vecchia certezza divenuta un’ingombrante falsità. Questo è il processo igienico con il quale si compie un passo verso sé stessi. Ho iniziato ad avvicinarmi alla mia vera identità dopo aver vaporizzato in me ciò che restava del concetto di “genere”. Ben inteso, non ne nego l’esistenza. Ma viviamo in un mondo fatto su misura di due sessi, e tutto ciò che si discosta da essi può rivelarsi al massimo una buona trovata per fare audience in tv. Per questo le popstar del terzo millennio saranno al di sopra dei generi universalmente riconosciuti: per lo sfizio di un pubblico annoiato, o per la sua destabilizzazione. E’ quello che volete voi. Ed è quello che voglio io”.

Klaus-Peter Schneegass, compositore e nopoeta tedesco aderente al Net.Futurismo, ha lasciato le sue idee in una noposia, elogio dell’arte vaporizzata e assalto all’arte mercantile, di cui giova ricordare l’estrema domanda dadaisticamente urlata: “Quo vaDI$s$s$???“.

Emmanuele Jonathan Pilia, critico di architettura, tra i fondatori di ALTA - Associazione Laboratorio di TransArchitettura e membro dell'Associazione Italiana Transumanisti, è andato al cuore del problema, sottolineando il rischio che si corre in ogni progetto radicale (come è questo del MAV): essere considerati “innocui”. Per questo motivo “diventa fondamentale affrontare – sostiene Pilia - il problema posto dall’opera. La stessa nozione di opera viene già da tempo contestata, secondo un’attitudine tipicamente romantica che ne vede il pieno compimento proprio nella sua assenza. Affermare questo non vuol significare la volontà appartenenza al XIX secolo, ma che sia necessario delineare una tradizione in cui innestarsi, al fine di mostrare che poi così innocui non si è. L’attitudine che noi ricerchiamo è infatti nata dalla consapevolezza della velleità delle cose che l’uomo, l’artista, il genio stesso “crea”. Ironia, analisi della contemporaneità, reinvenzione del quotidiano attraverso la pratica artistica. Da Schlegel a De Certeau, da Rigaut a Debord: è questa la linea temporale che noi intendiamo indagare, comprendere e proseguire.

Roby Guerra, visionario futurista sin dai tempi di “Futurismo Oggi” e oggi aderente al Transumanesimo e al Net.Futurismo, parla esplicitamente di “azzeramento delle poetiche "umane" e "classico-moderne", esplorazione mutazione re-invenzione della cosiddetta Parola, oggi numero, zero-one o che altro, mai più mera superstizione metrica o grammaticale. Transitare attraverso poesia sonora, computerpoesia, fino alla videopoesia degli ultimi anni. Anche la fine del lavoro, verso la Libertà oltre la Necessità, come "divinarono" Marx, Laforgue, Bertrand Russell, Asimov e tutta la cibernetica”.

Attesissimo l’intervento di Giorgio Pedivella, schivo testimone dell’esperienza del Gruppo Idra, che ha ricordato come già 40 anni fa la “Storia dell’Arte-Vapore”, sorta di commedia-happening in due scene, fu rappresentata in alcune piazze del Nord Italia (quasi un raffinato flash-mob ante litteram). “Nell’azione si voleva metaforicamente illustrare la condizione dell'arte concepita nel modo tradizionale, destinata ad estinguersi rapidamente. L'unica possibilità per farla vivere ancora è vaporizzare l’arte stessa in una serie di azioni e attività al di fuori dei circuiti ufficiali". Alla dimensione performativa Pedivella guarda ancora oggi con estremo interesse per una collaborazione con i membri del MAV, a cui comunque ricorda di voler restare fedele alla scelta anti-narcisistica del Gruppo Idra: evitare ogni apparizione in pubblico, ogni celebrazione di una sua presunta opera. “L’opera è una truffa e io non voglio essere complice di truffatori. Quindi desidero che il mio nome sia citato solo quando ciò sarà davvero indispensabile”.

Elisabetta Mattia, tra i soci fondatori di “Avanguardia 21 Edizioni”, ha manifestato grande interesse per gli obiettivi generali del MAV, sottolineando che Avanguardia 21 offrirà tutto il supporto necessario a progetti e attività volte alla diffusione di idee radicali. Ha auspicato che la vaporizzazione dell’Arte non precluda totalmente momenti di concretezza, quali pubblicazioni digitali e cartacee, ancora di grande importanza per penetrare nel mondo accademico contemporaneo. Sulla stessa lunghezza d’onda si è espressa Loretta Bertoni, sempre per Avanguardia 21, che ha anche sottolineato le grandi potenzialità di apertura alla dimensione internazionale del MAV.

Dario Lapenta, membro di Italiavanguardista, ha portato all’attenzione di tutti il tema della propaganda e della visibilità: “Di fondamentale importanza, per combattere l'attuale turpidume artistico è l'immediata costituzione di un Comitato per lo Scandalo Artistico, che abbia il solo ed unico scopo di escogitare strategie mediatiche al fine di raggiungere un'adeguata visibilità, attraverso azioni artistiche provocatorie e propagandistiche, sia in rete che fuori dalla rete, sia aggressive che non aggressive. Il secondo punto di fondamentale importanza è rappresentato dallo Schierarsi rispetto a determinati argomenti di qualsiasi tipo, sia politici che artistici, previo accordo fra tutti i membri del MAV, può costituire un primo passo orientativo rispetto a tutti quei nuovi artisti che sceglieranno di partecipare ai progetti da noi promossi”.

Per Gianluigi Ballarani, ricercatore nel campo del marketing, “dopo oltre un secolo dall'epifania oltreartistica non si può poter ancora credere di fare Arte senza l'energetica ricerca di una critica radicale allo stato delle cose, al sistema dominante. L'arte è inequivocabilmente sciolta nella più puntuale e avanzata creatività diffusa. Concettualmente e lessicalmente. Un'arte vita totalizzante, in grado di riempire e liberare l'essere umano. Tutto il resto svanisce e si scioglie nella comprensione assuefacente del passo consapevole nell'oltrearte”.

Silvia Vernola, oltre-artista visiva netfuturista, ha insistito sulla rottura con la tradizione: “MAV non è posto per sciocchi e ottusi artisti. Dovremo schifare l’arte tristemente patetica. È stupido sentirsi un artista quando l’arte non esiste più! L’unica vera opera a cui è giusto dare onore è l’Uomo. Il MAV dovrà porsi l’obiettivo di rigenerare il valore sensoriale della sperimentazione collettiva”. E lancia un suo stimolo/parola-chiave: multinterpretattivo.

Blade Painnet, astronomo della comunicazione di massa, nonchè provocatorio editorialista della testata elettronica non giornalistica "ilnono", ritiene che “osservando l'evoluzione dei fenomeni sociali nella storia contemporanea si osserva come la percezione del concetto d'arte sia infine giunto al penultimo stadio: quello di vaporizzazione. Un tempo solido, concreto, poi liquido ed ora gassoso. Rimane l'ultimo passaggio per la conclusione del ciclo: la trasformazione in luce ed energia, concluso il quale, come un nuovo big bang, l'arte risorgerà in una nuova epoca di piombo e d'oro, più solida che mai, destinata a ricominciare un nuovo ciclo in un'eterna ed inutile mutazione. La conclusione del ciclo e l'esplosione in miriadi di frammenti luminosi è prevista – ce lo auguriamo - per la fine del 2012 con pop corn e interruzioni pubblicitarie”

Il Gran Consiglio Evaporato del MAV

lunedì 20 giugno 2011

"Asian Lednev: Creatore di Mondi", edizioni Avanguardia 21: presentazione ai Musei in Comune su Second Life


Lunedi 20 giugno 2011, alle ore 22.30, Fabio Fornasari - Asian Lednev, presenterà al MiC, l’isola dei Musei di Roma Capitale in Second Life, il libro-catalogo Asian Lednev: Creatore di Mondi, pubblicato da Avanguardia 21 Edizioni.
Insieme a lui ci saranno molte delle persone che hanno collaborato a questo progetto: Emmanuele Jonathan Pilia che ha curato il catalogo, Antonio Saccoccio per le Edizioni Avanguardia 21, e altri membri dei gruppi Net.Futurismo e ALTA. Prevista anche la presenza di alcuni esponenti del movimento Arte Cervicale e del MAV (Movimento d'Arte Vaporizzata).
Il libro si presenta come un vero e proprio oggetto d'arte, interamente in quadricromia, con 90 illustrazioni a colori, la maggior parte delle quali opera dello stesso Fornasari.
Per chi lo acquisterà online durante la serata della presentazione (20 giugno) e nel corso del giorno successivo (21 giugno) sarà venduto con l'offerta 21x21. Da 25,23 euro il prezzo scenderà a 20,82 euro (spese di spedizione incluse).

martedì 31 maggio 2011

Asian Lednev, creatore di Mondi - Edizioni Avanguardia 21

Sabato 11 giugno 2011, alle ore 18, si inaugura presso il Museo di San Giovanni de' Fiorentini la personale di Fabio Fornasari, tra i più convincenti artisti che lavorano sulle relazioni tra architettura e nuovi media. Titolo della mostra: “Asian Lednev: Creatore di Mondi”.
Durante il vernissage verrà presentato il catalogo della mostra “Asian Lednev: Creatore di Mondi”, pubblicato dalle Edizioni Avanguardia 21. Il catalogo (128 pagine, 90 illustrazioni a colori - 25,23 euro) è a cura di Emmanuele Jonathan Pilia, con contributi critici di Sveva Avveduto e Guido Massantini e un’intervista di Francesco Verso allo stesso Fornasari. Il progetto complessivo è di ALTA (Associazione Laboratorio di TransArchitettura).
La pubblicazione è parte della mission di “Avanguardia 21”, che mira a creare una vera e propria rete comunitaria fra tutti coloro che nel XXI secolo sono interessati alla cultura e all’arte d’avanguardia.
Parteciperanno al vernissage: Fabio Fornasari, i curatori Sveva Avveduto ed Emmanuele Jonathan Pilia, gli scrittori William Nessuno e Francesco Verso, per le Edizioni Avanguardia 21 Elisabetta Mattia e Antonio Saccoccio.
L'evento è stato realizzato grazie al sostegno di: Museo di San Giovanni Battista de' Fiorentini, Edizioni Avanguardia 21, IRPPS - Istituto di Ricerche sulle Popolazione e sulle Politiche Sociali, AIT - Associazione Italiana Transumanisti, Ordine degli Architetti PPC di Roma e Provincia, DoKC Lab, Codice a Barre, Art a Part of Cult(ure).

domenica 31 ottobre 2010

Fofi, sul Dams armi giuste, bersaglio mancato

Non riesco a capire con quanto astio personale Fofi abbia voluto esprimere un evidente risentimento personale nei confronti del corso di studi universitario di musica e spettacolo, noto come DAMS.
Parlo di astio personale, perché le giuste critiche che si possono muovere al dams, diventano uno sfogo ingenuo laddove restano circoscritte al Dams, invece di ampliare lo spettro e riconoscere come i problemi di un simile corso di studi investano buona parte dell’università pubblica tutta.


Fofi parla di un corso di studi nato come scommessa dell’intellighenzia degli anni ‘70 per svecchiare quel sistema educativo passatista che non faceva i conti con il mondo contemporaneo. Peccato che il suo pur sensato giudizio sul fallimento di questa scommessa venga portato fuori strada dall’odio cieco:


“Come è accaduto che, nonostante la buona fede e l’energia dei pionieri e di tanti degni insegnanti e artisti-insegnanti, queste scuole si siano rivelate col tempo un bluff? Il loro fallimento mi pare indubbio sul piano delle possibilità professionali: oggi i Dams sono una delle più attive fabbriche di disoccupati o precari”.


Il fallimento del Dams non risiede qui. Che dire allora degli sbocchi offerti da una laurea in Fisica o Matematica o, per restare in ambito umanistico, da una laurea in Lettere, antiche o moderne che siano o, ancora, in Filosofia? Perché additare le discipline di musica e spettacolo e tralasciare il discorso sugli occupati di altre facoltà? L’assenza di una reale possibilità di occupazione è solo una conseguenza di un problema che sta a monte e che è la vera sconfitta degli intenti del Dams, quella di voler portare lo studio universitario direttamente a contatto con il mondo contemporaneo.


Vi lascio leggere, a questo proposito, parte di un commento postato sul sito dell’Unità in risposta agli alterchi tra Fofi e Barilli che, come prevedibile, hanno scatenato una concitata folata di reazioni anche su altre testate. A commentare è Alessio, docente Dams e regista teatrale:


“Credo che la struttura stessa del Dams abbia dei limiti nel suo statuto puramente teorico. C’è un problema di distacco tra studio teorico e studio pratico.[…] Insegno storia del teatro oltre che al Dams, anche all’Accademia di Belle Arti, al corso di scenografia. Gli studenti del Dams e quelli dell’Accademia partono da un’identica e colossale ignoranza[…]. Ma le nozioni di storia e di storia del teatro cadono su un terreno diverso nelle Accademie. Lì gli studenti sanno che un giorno faranno delle scenografie per il cinema, il teatro o la televisione, o almeno ci proveranno. Lì io so che loro stanno lì per questo. Tutto comincia a diventare più chiaro. Attenzione, più chiaro, non più semplice. La complessità della conoscenza che cerco di far acquisire agli studenti è la stessa, ma la chiarezza sul perché loro la acquisiscono rende le parole meno vuote. La storia, le immagini del passato si connettono a delle conoscenze materiali concrete e acquisiscono un’altra realtà. Anche quelle che parrebbero non essere relative a queste conoscenze concrete. Nel Dams spesso non è così, la dirigenza dell’Università a volte addirittura fa di tutto perché non sia così, perché ci siano ostacoli a laboratori pratici. Ma il problema non è tanto quello di fare laboratori pratici. Spesso le università li organizzano, ma il sapere esploso, non indirizzato, non connesso con nessuno sviluppo produttivo, lavorativo, dei Dams rende questi laboratori troppo disparati, non organici, ingeneranti confusione. Probabilmente perché la formazione del Dams sia più efficace, questa dovrebbe trovare connessioni SISTEMATICHE con le scuole d’arte, con i conservatori, con le scuole di teatro…”.


Il problema reale dell’università e dei corsi che hanno la pretesa di essere moderni come il Dams è che falliscono in quello in cui dovrebbero riuscire meglio, ovvero fare da collante con la società e con il mondo del lavoro. E questo lo dico da studentessa di scienze dello spettacolo, da studiosa che ha accarezzato il disorientamento che inevitabilmente si genera nel voler analizzare uno spettacolo ignorando come venga costruito. La netta distinzione tra pratico e teorico, quindi tra Accademia e Università, non ha alcun senso se non quello di alimentare una sostanziale ignoranza e alienazione da entrambe le parti, se non quello di continuare a produrre cittadini ed individui essenzialmente monodimensionali.


Ciò che io ho imparato in tutti i miei anni di studio al Dams di Lecce per la triennale, come in quello di Roma per la magistrale, è che la realizzazione in questo campo dipende dalla consapevolezza personale degli studi come degli insegnamenti, dall’iniziativa e dalla voglia. In definitiva dalla creazione di un percorso a latere dell’università che nessuno ti insegna, ma che è la strada per la maturazione profonda di ciò che hai appreso, una strada che per me è iniziata con il movimento avanguardista del net.futurismo.


Solo a questo punto ho afferrato la complessità di quegli studi che in ambito universitario rimanevano un sapere affascinante ma slegato da tutto il contesto. E' stato nel momento in cui sono entrata in contatto con la realtà artistica del net.futurismo che lo studio ha acquistato nuovo spessore poiché mi ha permesso di comprendere appieno il discorso sperimentale portato avanti dall’avanguardia.


sabato 16 ottobre 2010

Gli old media si pronunciano, il 2.0 risponde! Viste sulla cultura contemporanea tra Corriere della Sera e Net.futurismo.

Che la creazione dell’opinione pubblica sia affidata e gestita dai media è una teoria più o meno condivisibile che inizia a tramontare circa una decina d’anni fa, quando l’utente si ritrova tra le mani un piccolo gioiello di comunicazione reticolare che gli permette di diventare partecipe delle discussioni, creatore di informazioni e, soverchiatore delle agende setting.

Suscita curiosità allora imbattersi in un’intervista sui media e l’uso potenziale degli stessi nell’influenza sulla Cultura, emessa attraverso un affermato strumento di vecchia diffusione verticale del messaggio, ovvero un quotidiano nazionale come il Corriere della Sera, nel quale si invita uno stimato quanto stagionato accademico di Francia, Marc Fumaroli, critico, storico e professore al Collège de France a pronunciarsi sul panorama coevo e l’azione delle nuove tecnologie.

Nonostante l’intento sia nobile, ovvero risollevare le sorti della caucasica cultura, le parole e gli argomenti usati fanno rabbrividire: restauro, contemplazione, patrimonio artistico, garanzia dello Stato…

“[…] la caduta del senso della qualità è evidente dappertutto, non nella sola Italia. Dipende dal fatto che la cultura in generale, sia del pubblico, sia degli autori, è notevolmente diminuita, in tutto l’Occidente. Il patrimonio artistico italiano non occupa il rango che gli spetta, non è capito come un forza spirituale per l’oggi… Avrebbe il potere di educare, di rendere distaccati dalla cultura pop di molti cittadini europei. Nel nostro mondo, servono dei luoghi dove riposarsi, raccogliersi […]”

Niente da fare, bisogna guardare al passato quale unica fonte di salvezza! Come dire, ancora (sigh!): “O tempora! O mores!”


Ma il futuro è già qui!
A questo indirizzo la risposta del 2.0, di chi un’avanguardia del terzo millennio non la invoca, la fa!

http://liberidallaforma.blogspot.com/2010/10/risposta-anticulturale-e-antiartistica.html


lunedì 27 settembre 2010

Come l’avanguardia fa ricerca. Moholy Nagy, Man Ray e l’errore.

Un esempio di come l’avanguardia riesca a spingersi oltre le norme imposte dall’estetica vigente, stabilendo nuovi orizzonti di esplorazione e significazione è rappresentato dalle esperienze di Man Ray e Moholy Nagy, che separatamente si sono cimentati con gli errori in fotografia.


Parlare di errore implica già in sé un elemento di rottura con l’ordine, la norma. L’errore infatti si configura come una deviazione da ciò che normalmente viene considerato “riuscito”, “giusto”, “buono”.
Ma simili giudizi di valore non sono certo universali, vengono bensì fissati dai riferimenti culturali di una società, di una persona, di un’epoca. E per ogni nuovo progresso o per ogni nuova generazione, quindi ad ogni nuovo cambiamento significativo, queste soglie di valutazione peculiari attorno cui ruota tutta l’identificazione di un contesto, vengono spostate in una nuova direzione, producendo spesso un’inversione di tendenza che riabilita ciò che in passato era oggetto di scherno e disapprovazione.


In fotografia l’aggettivo errato ha molte valenze, poiché può essere riferito a tre tipologie di “sbagli”:
- una defaillance tecnica dello strumento;
- una cattiva manipolazione dell’autore;
- un inconveniente nella ripresa del soggetto.

Le cause e gli effetti di questi errori, da sempre sono stati raccolti e raccontati in migliaia di manuali, elenchi, tabelle di fotografia da secoli, perché sin dall'inizio, con la diffusione di massa degli strumenti fotografici, gli operatori dilettanti potessero capire come evitare quelle pecche conosciute dagli addetti ai lavori, per ottenere delle foto pulite.
Quello degli errori quindi è un campionario molto vasto e conosciuto sin dalla nascita della fotografia, ma a dargli nuova luce e nuova forza ci voleva lo sguardo dell'avanguardia.


Il nemico della fotografia è ciò che è convenzionale, sono le rigide regole delle istruzioni per l’uso. La salvezza della fotografia sta nella sperimentazione. Colui che sperimenta non ha idee precostituite sulla fotografia. Non crede che la fotografia, come si pensa oggigiorno, sia la ripetizione e la trascrizione esatta della vista ordinaria. Non pensa che gli errori fotografici debbano essere evitati; sono errori banali solo da un punto di vista storico convenzionale.


László Moholy Nagy in Vision in motion, Chicago 1956

Moholy Nagy si interessò nelle proprie indagini dell’auto-ombromania, ovvero la proiezione involontaria della propria ombra sul soggetto che si vuole riprendere. Egli ne ha fatto un’operazione rivoluzionaria di significazione, introducendo volontariamente la silhouette nera del proprio corpo all’interno dell’immagine. L’ombra, interagendo col soggetto ripreso, mette in risalto l'autore, ponendo l'attenzione su come l’obiettivo fotografico non debba essere considerato un occhio onniveggente, ma lo strumento nelle mani di un operatore che lo dirige.


Un’operazione del tutto contraria alla ricerca di Moholy Nagy la effettua Man Ray, pittore, scultore e regista dadaista che ama definirsi “fautographe”. Il suo lavoro, più che a ricercare, tende a scoprire insolite forme espressive e lo fa per mezzo dell’errore, quasi fosse una cartina al tornasole che rivela nuove possibilità estetiche:


Quando facevo delle fotografie, quando ero nella camera oscura, evitavo di proposito tutte le regole, mescolavo le sostanze più insensate, utilizzavo pellicole scadute, facevo le cose peggiori contro la chimica e la fotografia.[…] Ho approfittato degli incidenti. I più grandi studiosi hanno approfittato del caso.


Man ray, Man ray fautographe, 1960


lunedì 6 settembre 2010

Una nuova via per la fotografia del 21° secolo: il CASODINAMISMO


Da “più vera del vero” a “più bella del vero”.
Come se il bello avesse ancora un valore. Ma così è se vi pare. La fotografia oggi è tutto fuorché attimo, percezione, fissaggio della realtà. Tramontata la stagione della meraviglia per la riproduzione del reale la fotografia si ammanta delle sue tecniche che la rendono patinata, definita, pulita, spettacolare, diva. Bella, perché non ha più niente da dire.

Da schietta documentaria a strumento filtrante. Niente appare come è. E ovviamente meglio così. Decostruzione del reale? Magari! Solo costruzione di un reale come vorremmo che fosse. Utopia dell’immagine.

Decostruzione si può tentare se abbandoniamo il compito che fu futurista di «rendere ciò che superficialmente non si vede» (A.G. Bragaglia), per rendere ciò che non potremmo vedere. Non più potenziamento dello sguardo che coglie gli attimi del movimento, ma decostruzione dello sguardo che cattura anche ciò che non esiste. Sabotaggio del linguaggio visivo attraverso lo stesso strumento che riproduce il reale e per mezzo del reale che funge sempre da soggetto. Nessun segno riconoscibile eppure reale, di fonte reale.

Il caso. La visuale caotica di un occhio vibrante e fuori fuoco, fuori controllo. Nuova bellezza di luci amorfe. Acuita sensibilità di ciò che arriva ad essere catturato senza un preordinato controllo.
Questo è il CASODINAMISMO.


Le immagini sono state realizzate in occasione della seconda edizione della Corsa Futurista, tenuta il 4 settembre 2010 al Circo Massimo, Roma.